Nelle mani dello stato

Segnalo la puntata di ieri, lunedì 6 dicembre, del nuovo programma di Carlo Lucarelli: “Lucarelli racconta“.

Nello stile che ha caratterizzato 10 anni di Blu Notte, lo scrittore emiliano ha raccontato dei tanti (troppi) che finiti in carcere, spesso in attesa di giudizio, ne sono usciti morti: suicidi, massacrati di botte, afflitti da misteriosi infarti o aneurismi nonostante fossero sani… ma anche di coloro, come Federico Aldrovandi, che in carcere non ci sono mai arrivati, perchè hanno perso la vita a 18 anni nelle mani delle autorità.

La situazione delle carceri italiane è disastrosa, il sovraffollamento in particolare porta i detenuti a vivere in celle troppo piccole, a fare i turni per stare in piedi, a dormire in letti a castello a 4 piani. Persone che hanno rubato piccoli oggetti si trovano in cella con gli ergastolani, le possibilità di recupero per il “dopo” sono scarse se non nulle. Gli agenti di polizia penitenziaria, le “guardie”, sono pochi e poco assistiti, vivono quotidianamente a stretto contatto con i carcerati e il loro disagio, subendo pressioni continue. Per questo anche loro muiono, suicidi e soli.

Del tutto assurda poi la situazione delle decine di bambini che vivono in carcere con le madri, nelle loro stesse condizioni, stessi ambienti, stessi pasti, stessa noia, per poi esserne brutalmente strappati al compimento del terzo anno di età per essere affidati a una famiglia o a un istituto. In proposito vorrei però segnalare anche il bel servizio di Report di domenica 5 dicembre sull’innovativa esperienza dell’istituto penitenziario dedicato interamente alle mamme e ai loro bimbi a Milano.

Cambiare è possibile, se si guarda più al “dopo” e meno al “durante” della pena. Se si esce dalla mentalità del “buttateli dentro e gettate la chiave, e che non osino uscire un giorno o un minuto prima della scadenza” e si comincia a pensare che quei carcerati sono persone, che prima o poi (fatta eccezione, ovviamente, per gli ergastolani) usciranno e torneranno nella società. Non si può pensare che una persona entrata per un piccolo reato, che proviene da una situazione già disagiata, una volta che ha trascorso la sua pena senza far nulla, solo passando il proprio tempo a contatto con criminali ben più pericolosi, una volta uscita dal carcere sia in grado di reinserirsi e non delinqua più. La pena, in Italia, consiste “solo” nella privazione della libertà per un determinato periodo di tempo. Non è detto, anzi non deve accadere, che un carcerato debba vivere in condizioni precarie e spiacevoli, che non possa svolgere alcuna attività. Nell’ambito della privazione della libertà ognuno dovrebbe avere la possibilità di usare al meglio il suo tempo, per formarsi, per riprogrammare la propria vita, per avere una possibilità.

Ogni persona, anche e soprattutto in carcere o nelle mani delle forze dell’ordine, deve avere la certezza che la sua vita non sia a rischio, che verrà curato se ne ha bisogno e aiutato nel proprio disagio. Storie come quella di Stefano Cucchi non sono normali “incidenti”, ma veri e propri omicidi di stato compiuti nel momento di maggior fragilità di un cittadino.

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