Il manifesto del partito dei giovani

No, questo post non è una recensione, vuole solo essere un suggerimento. Anche perché il libro in questione (“Il manifesto del partito dei giovani”, Giuseppe Civati, Editore Melampo, pagg. 176, euro 14) non è uno dei tanti scritti tanto per fare, per sfruttare e consolidare il momento di popolarità. E’ un volume agile ma ricco di citazioni, che, se così si può dire, cerca di sistematizzare molto di quello che è stato scritto sul tema “giovani generazioni” negli ultimi anni. E’ un volume che non è (solo) un’invettiva contro le poltiche degli anni passati. Certo, c’é anche quello, ma buona parte del testo (tutta la terza parte) è dedicata alle proposte, che spaziano dalla precarietà nel mondo lavorativo al tema pensioni, dall’università al problema casa, dall’ambiente ai diritti civili, dal Mezzogiorno agli stranieri, dalle donne alle nuove tecnologie. Tutti temi su ognuno dei quali sono stati scritti saggi specifici e che non avrebbe molto senso riassumere qui, al volo.

Ha senso, invece, sottolineare lo spirito che attraversa il libro. Spirito che si ritrova già nelle prime due righe del testo, là dove Civati dice: “Care ragazze, cari ragazzi, occupatevi del paese, perché il paese non si occuperà di voi” e si ritrovano, poi, più estesi, alle pagine 66/67, dove l’autore riporta un passo di Gramsci che già era stato ripreso, recentemente, da Alfredo Reichlin, nel suo “Il midollo del leone”:

Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. […] Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche piú oltre […].

Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe piú comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro…, ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di piú. Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali ma non siete capaci che di costruire soffitte.”

Insomma, vediamo di rimboccarci le maniche ed assumere consapevolezza come generazione, invece di lamentarci. Anche perché bisogna pensare non solo a questa generazione, la nostra,  ma anche a quella che verrà dopo. Questione che il libro sottolinea (ed è un altro suo merito) con l’immagine di Enea in fuga da Troia con il padre Anchise sulle spalle e il figlioletto Ascanio accanto: Civati spera che “Enea e Anchise si tornino a parlare, pensando ad Ascanio”. Per il futuro del Paese, speriamolo anche noi (e attiviamoci perché accada).

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