Il ritorno dei laicisti

Il titolo è ironico, spero si capisca. Mi preme con questo evitare che un dibattito importante sul fine vita, iniziato già da Enrico Moretti, si risolva nella solita diatriba su laicità e laicismo, su chi è per la vita e chi (paradossalmente) viene stigmatizzato “per la morte”.

Quello su cui si potrebbe riflettere sono invece la parole di Adriano Sofri in particolare (le trovate a pagina 62), o quelle del teologo Vito Mancuso (pagina 63 di Repubblica di oggi).

“Il nervo più profondo del totalitarismo sta nella pretesa capricciosa che le democrazie riservano ai regolamenti penitenziari, salvo trasferirle ai testamenti biologici: di impedirti di vivere e impedirti di morire. Di renderti impossibile la vita o la morte.”

Un ultima chiosa è laicamente locale: oggi il Gruppo di Coordinamento dei Pedagogisti Riminesi (pagina 14 della Voce) conferma come non basti “essere donne, madri, e fare qualche ora di corso per potersi occupare di un gruppo di bambini!” Quindi no alle tages-mutter, anche perchè altrimenti non si capisce perchè per fare l’insegnante alle scuole dell’infanzia serva un titolo di formazione… e anche perchè con questa storia della famiglia panecea di tutti i mali e unica vera occasione di sviluppo di tutte le potenzialità di un bambino forse ce la siamo menata laicamente un po’ troppo.

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3 pensieri su “Il ritorno dei laicisti

  1. Infatti è con molta umiltà ed attenzione che ascolto e leggo ciò che il Gruppo di Coordinamento provinciale dei Pedagogisti di Rimini ha da dire su questo tema ed è con altrettanta umiltà che cerco di sostenere una proposta che poco ha a che fare con l’ideologia. Se un esperto (od in questo caso addirittura un coordinamento di esperti) porta il suo preziosissimo contributo ad un dibattito non per questo vuol dire che si debba chinare la testa e smettere di parlare o riflettere. Casomai il contrario, bisogna utilizzarlo come pungolo per approfondire e migliorare una proposta. Proprio per questo dopo aver letto il tuo articolo mi sento di rispondere perché lo ritengo un valido elemento per specificare quello che ho scritto ieri e non contrariamente un tentativo di difendere in maniera ideologizzata una posizione. Detto questo ed entrando nel merito dell’articolo confermo che è fuorviante dire che siccome non basta essere madri o donne od aver fatto qualche ora di corso per potersi occupare di bambini allora no alle tagesmutter. Innanzitutto perché non è corretto nella sostanza: infatti la proposta delle tagesmutter non è un progetto facilone da qualche ora di corso e via ma ha una struttura ed un progetto pedagogico approfondito. Poi perché è scorretto nella forma. Ovvero ad una premessa corretta non corrisponde una conseguenza determinata correttamente. Infatti essere madri o donne ed aver fatto un corso di formazione non è condizione sufficiente per le tagesmutter (nessuno ha mai detto questo) ma necessaria ovvero senza la quale non si può essere tagesmutter. Non è una finezza linguistica ma una vera e propria distinzione concettuale e concreta. Per argomentare la proposta sulle tagesmutter vi invio questo documento che penso potrà fare maggiore chiarezza di quanto un mio post possa aver fatto al riguardo:

    http://www.webalice.it/andreabotteghi/NG/AreaFamigliaEEducazione/Gabriele_Paganelli_-_Tagesmutter.pdf

  2. Chi lo dice è il Gruppo di Coordinamento dei Pedagogisti Riminesi. Con umiltà, alle volte è importante conoscere il giudizio degli esperti di un settore, evitando di sostenerli o attaccarli ideologicamente per difendere le proprie peculiarità politiche.

  3. Tralasciando l’interessante prima parte del post riguardo la cultura della buona vita o della buona morte (senza dover o voler stigmatizzare nessuna posizione), non capisco il nesso fra dire che non basta essere donne o madri per badare un gruppo di bambini e il no alle tagesmutter. E’ chiaro che non basta essere madre o donna ma questo non vuol dire che di conseguenza le tagesmutter siano uno strumento inutile. Basterebbe chiedere ai laicissimi paesi scandinavi (dove sono nate) se servono a qualcosa oppure no.

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