Chiamati pure Mario, ma dimmi cosa vuoi!

Oggi Eugenio Scalfari, nel suo consueto editoriale per “Repubblica”, riprende sul finale un’indiscrezione pubblicata qualche giorno fa dal “Foglio”, secondo la quale tre importanti dirigenti del Pd, Stefano Fassina, Matteo Orfini e Andrea Orlando, sarebbero intenzionati a proporre al partito una svolta socialdemocratica, sul modello del Partito Socialista Europeo.

Scalfari critica fortemente questa prospettiva e ne chiede conto a Bersani: “Il senso di questa proposta mi sfugge. Sono tra gli elettori del Pd ed ho partecipato alle primarie fin dai tempi dell’Ulivo di Prodi […] ma non credo che avrei votato per un partito socialdemocratico che oggi a me sembra del tutto anomalo nel panorama italiano. […] Sarei molto lieto di conoscere in proposito l’opinione del segretario del Pd, Pierluigi Bersani […], come elettore del partito da lui guidato”. Secondo il fondatore di “Repubblica”, “Il Pd è nato appena quattro anni fa come partito riformista e innovativo ed ha avuto il voto anche di molti liberali di sinistra ed ex azionisti come anch’io sono. Quando si presentò alle elezioni ebbe il 34 per cento dei voti: mai i riformisti italiani […] erano arrivati ad un terzo del corpo elettorale”. Per questo, secondo il decano dei giornalisti, la proposta Fassina – Orfini – Orlando  è da cassare.

Premesso che l’idea dei nostri tre dirigenti è ancora tutta da definire, trovo purtroppo nelle parole di Scalfari quella vaghezza che caratterizza ormai da troppo tempo il dibattito del centrosinistra e che è diventata, francamente, insopportabile.

Cosa vuol dire essere “riformista”? Chi sono i “riformisti italiani”? C’è forse oggi in Italia un politico che non si definisca tale, che non dica che “le riforme” sono assolutamente necessarie, impellenti, improcrastinabili? No, non c’è. Ma allora, se tutti sono riformisti, nessuno è riformista e la parola diventa solo uno scrigno vuoto dove dentro, per l’appunto, non c’è niente. Era forse “riformista e innovativo” il partito di Veltroni, che non è mai riuscito a trovare una sintesi su nessun tema della vita politica di questo Paese? O lo era forse Calearo, il falco di Confindustria che abbiamo imbarcato (col Porcellum) perché dovevamo coprire anche quell’angolino del presepe e che poi, alla fine, al momento decisivo, ha votato la fiducia al governo Berlusconi contribuendo a ritardare di un anno la fine del caimano?

Su una sola cosa Scalfari può aver ragione: effettivamente, sebbene un ancoraggio storico sia necessario per un partito, dire “vogliamo rifare la socialdemocrazia” potrebbe non essere uno slogan accattivante. Non si può, però, per questo, contrapporre ad esso un altro slogan ancor più vuoto e privo di sostanza. 

Lo diciamo da sempre, ma siamo ancora lì: Il Partito Democratico deve (deve!) arrivare ad una sintesi su alcuni grandi temi che interessano concretamente la vita dei cittadini e poi tradurla in una decisa campagna politica. Deve spiegare chiaramente quali sono le sue idee sul mondo del lavoro, sulla scuola, la ricerca e l’istruzione, sui diritti civili, sull’ambiente e la questione energetica, sulla politica estera e il rapporto col Vaticano, sull’immigrazione. Poche idee, generali ma chiare e, soprattutto, fissate una volta per tutte. Poi possiamo chiamarci anche Mario. Saremo innovativi lo stesso.

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Un pensiero su “Chiamati pure Mario, ma dimmi cosa vuoi!

  1. Hai ragione, la cosa importante è scegliere qualche tema forte e poi attivare una campagna politica, come da troppi anni il centrosinistra non riesce a fare.
    Però questo passaggio, secondo me, non può prescindere dal decidere che tipo di partito vogliamo essere. Sia chiaro, non voglio aprire un dibattito sulla socialdemocrazia e sul riformismo, però fare scelte negli ambiti che tu hai citato, presuppone l’aver chiaro se si vogliono rappresentare certi ideali oppure no.
    Gli iscritti ed elettori del PD dovrebbero scegliere se quello che vogliono è il partito che candiderebbe domani mattina Passera, o è il partito che cerca di costruire un’alternativa progressista e di sinistra alla crisi attuale. Se il PD deve rappresentare il mondo attivato solo la primavera scorsa dai referendum(e che ci ha fatto vincere le amministrative) o deve essere il sogno senile di intellettuali di sinistra pentiti. Non si può avere un partito liberista coi voti di sinistra.
    I vari Ichino, Veltroni, Renzi, Letta, Fioroni dovrebbero farsene una ragione.

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