Requiem per una socialdemocrazia mai nata

Riceviamo e pubblichiamo

La nascita del Partito Democratico ha sancito il definitivo abbandono del processo di socialdemocratizzazione intrapreso, con infinite incertezze, dalla sinistra italiana. Se nel 1989 le dure repliche della storia hanno reso il Partito Comunista Italiano una realtà politica superata, esse non hanno convinto la classe dirigente del Pds, di estrazione berlingueriana, a creare un partito socialdemocratico saldamente ancorato alla tradizione europea.
Gli oltre vent’anni che sono trascorsi dalla fine di ciò di quello che Ernst Bloch definì il “messianesimo in Terra” sono stati caratterizzati da infiniti “maquillage” politici che hanno accuratamente permesso un’infinita posticipazione di una seria riflessione circa i limiti dell’esperienza del Pci e della necessità storica, ampiamente illustrata dalla corrente “migliorista”, di un passaggio alla socialdemocrazia. Una mancata riflessione sfociata nella nascita del Partito democratico che, pur presentandosi come una nuova realtà figlia del XXI secolo, lascia aperte e irrisolte vecchie problematiche. In primo luogo i motivi alla base del rigetto della socialdemocrazia e, in seconda battuta, la fusione (non l’alleanza) con il cattolicesimo popolare. Sono questioni interconnesse che si presentano come costanti della storia della sinistra italiana.

Lo scisma tra la sinistra socialista e quella comunista ebbe luogo a Livorno nel 1921; mentre i primi si apprestavano a legarsi sempre più a una strategia riformista i secondi, infatuati dalla Rivoluzione d’Ottobre, abbracciarono una strategia rivoluzionaria antisistemica di abbattimento del capitalismo. Dopo la parentesi dell’unità antifascista le divergenze strategiche riemersero con rinnovata enfasi soprattutto a seguito dei fatti di Ungheria del 1956 quando molti comunisti, tra cui Antonio Giolitti, abbandonarono il partito mentre nel comitato centrale si consumava lo strappo tra Palmiro Togliatti e Giuseppe di Vittorio sostenitore dei rivoltosi ungheresi. In questo clima il segretario del Partito socialista, Pietro Nenni, fondò la rivista “Mondoperaio”, fucina intellettuale della Prima Repubblica che traghettò il Psi fuori dall’orbita marxista. Aveva inizio la lunga Bad Godesberg italiana che raggiunse il suo apice nel 1976 con l’elezione a segretario di Bettino Craxi. La lunga e carismatica segreteria craxiana fece registrare un graduale deterioramento delle relazioni con il Pci di Enrico Berlinguer. Tuttavia, questo clima non impedì che i due partiti governassero insieme in molte realtà locali e, nel 1983, giungessero a elaborare un progetto di governo comune ispirato a quello che i socialisti francesi di François Mitterrand fecero con i comunisti di George Marchais.nel 1981. La liquidazione del Psi a seguito dell’inchiesta “Tangentopoli” ha annacquato le dure repliche del 1989 allontanando le istanze socialdemocratiche timidamente apparse durante il congresso comunista di Rimini, il “fantasma di Craxi” divenne un elemento fondante dei postcomunisti che non vollero salvare le idee riformiste e progressiste che gli stessi socialisti affondarono nel fango della corruzione alla quale lo stesso Pci non fu estraneo. In tal senso, gli anni Novanta rappresentarono il principale ostacolo alla svolta socialdemocratica auspicata dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nella sua autobiografia politica.
Il recupero del patrimonio culturale del rosselliano “socialismo liberale” venne gradualmente abbandonato: se il susseguirsi del Pci-Pds-Ds si è caratterizzato per la ricerca di una terza via tra comunismo e socialdemocrazia (con poche e disorganiche aperture) la nascita del Pd ha definitivamente sacrificato il socialismo con l’inserimento, piuttosto maldestro, della tradizione “liberal” statunitense, un corpo sostanzialmente estraneo alla cultura politica italiana ed europea. A ciò si è aggiunta la fusione con il cattolicesimo popolare che non ha tenuto conto delle osservazione di Jean-Louis Bourlanges, europarlamentare cattolico, secondo cui la convivenza tra socialdemocrazia e cattolicesimo divenne più complessa all’indomani della fine della “guerra fredda”. Infatti, se le due culture potevano trovare un accordo strategico sulle politiche economiche restava controverso il tema sui diritti civili che ha assunto un crescente peso nel dibattito attuale. La scelta del Pd è stata chiara: le ragioni di una fusione con i cattolici in luogo di alleanze strategiche hanno prevalso sulla necessità di chiarezza in merito ai diritti civili ampiamente difesi dal socialismo italiano come mostra la parabola politica di Loris Fortuna.

Coronamento logico della nascita del Pd è stata l’invocazione da parte del suo primo segretario, Walter Veltroni, della necessità storica che prendeva atto della crisi della socialdemocrazia europea rimasta intrappolata nel XX secolo. Un’analisi che confonde le innegabili difficoltà congiunturali del socialismo europeo con una crisi di natura strutturale. I motivi della debolezza della socialdemocrazia vanno ricercati nella recente storia dei partiti che la rappresentano. La crisi dei laburisti britannici o dei socialisti francesi risiedono nella fine di alcune ere politiche che hanno profondamente innovato tali partiti. Nel primo caso pesa l’uscita di Tony Blair, nel secondo caso, invece, la crisi è fortemente connessa con la guerra intestina che ha avuto luogo con intensità crescente dopo la morte di François Mitterrand. Niente fa pensare a una crisi strutturale e definitiva; al contrario il socialismo europeo è cosciente della necessità di innovare se stesso, ma senza abbandonare, come avrebbe suggerito Edmund Burke, le linee guida tracciate dai Padri politici e il cemento ideale che anima il socialismo. La parabola democratica appare come un eterno volo pindarico della sinistra postcomunista italiana che, nel vano tentativo di cercare una eterna nuova terza via, ha perso la capacità di analisi strategica. Proprio l’assenza di un solido cemento ideale di stampo socialdemocratico ha reso il principale partito della sinistra incapace di comprendere l’evolvere del mercato del lavoro, delle relazioni industriali, dei limiti del capitalismo finanziario o della necessità di un nuovo modello di welfare più attento ai rapporti intergenerazionali.

La rinuncia a rileggere il proprio passato in chiave critica e a creare un partito socialdemocratico ha lasciato il posto a un partito ambiguo privo di una sua unità ideale e condannato a un costante mutismo o nel migliore dei casi a dire cose di buon senso, ma incapaci di scaldare i cuori, come avrebbe detto Pierpaolo Pasolini, di quello che a lungo è stato il suo popolo. Nei chiaroscuri lasciati dal Pd, per contro, emergono tendenze antitetiche alla tradizione socialdemocratica come il populismo giustizialista patrocinato da Antonio Di Pietro o la roboante retorica intrisa di pietismo incarnata da Nichi Vendola. Effetti collaterali di un partito che, abbandonando la via socialdemocratica, ha rinunciato a essere gramscianamente una forza dirigente ed egemone nel proprio campo e credibile nella possibile guida dell’Italia.

Antonello Cadinu

 

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